Il Calabrone: King Kong

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King Kong
 

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King Kong
di Raffaella Cosentino

 

King Kong di Peter Jackson, preannunciato come il colossal evento del 2005, è stato un flop clamoroso al botteghino. Nonostante i promo hollywoodiani, non era pensato per la massa. Certo gli effetti speciali sono protagonisti, ma Jackson non ne è schiavo, e fa sì che il 3D si pieghi alle ragioni dell’arte. Il regista de Il Signore degli anelli ha inventato un nuovo, inimitabile, genere. Digitali e spettacolari, i suoi film, forse discendenti dai videogiochi, sono arte che impressiona, coinvolge, trasmette miti potenti e vigorosi.  Per Jackson la funzione del cinema è riuscire a stupire e King Kong è il film dell’infanzia. Sognava di realizzarlo dall’età di nove anni. Il giorno dopo aver visto l’originale del 1933 si mise a riprendere in stop motion figure di plastilina. “Ciò che spero più di tutto è che ci siano tanti bambini di nove anni là fuori che vadano a vederlo e decidano di diventare registi nei successivi 21 anni.”, ha dichiarato. Questo film è il suo sogno realizzato, ma è anche un riassunto della storia dell’immaginario collettivo fino ad ora. Il cinema è stato l’espressione artistica della metropoli, che, negli anni Trenta, dispiegava al massimo la sua potenza attraverso il boom dei grattacieli. Oggi, però, come ha scritto giustamente il sociologo Alberto Abruzzese,  quel mondo è imploso la mattina dell’11 settembre 2001, buttato giù dai due aerei che si sono schiantati contro le Torri Gemelle. La grande città, e il suo simbolo per eccellenza, il grattacielo, dopo aver annientato l’individuo, sono stati a loro volta distrutti. Mentre è cominciata una nuova epoca di cui ancora sfugge il significato,  ha senso  riproporre il gorilla che si arrampica sull’Empire State Building, mito della civiltà industriale?  Si, perchè il film di Jackson non è solo un remake a fini commerciali,  ma una rilettura originale che strizza l’occhio ai cultori del cinema e della letteratura. È un bignami di tre ore sui più grandi clichè cinematografici ed è frutto di un ricco processo creativo, che ha portato Jackson a cambiare molte cose rispetto all’originale. Il suo King Kong è un film nel film. Racconta infatti come un ambizioso regista, Carl Denham (Jack Black), voglia girare a tutti i costi un documentario sul gorilla, catturandolo su un’isola misteriosa, popolata da indigeni sanguinari e spietati. Denham ha in sé un po’ dello stesso Jackson ed è uno dei sognatori disposti a rischiare tutto pur di sfondare nella Hollywood degli anni ruggenti. L’unica attrice coinvolta nell’impresa si chiama Ann Darrow, stesso nome della vecchia edizione, ma la protagonista fragile e spaventata di 70 anni fa ha lasciato il posto ad una donna forte e capace di cavarsela da sola. Naomi Watts  la interpreta perfettamente. La protagonista di The Ring, dopo una dura gavetta in produzioni indipendenti, è alla sua prima apparizione in una pellicola evento.   King Kong resta impressionato dalla sua combattività, ma è la sensibilità di Ann a fare breccia nel cuore della bestia. Il Kong di Jackson, è il caso di dirlo, è uno scimmione dal volto umano che, più che terrorizzare lo spettatore, lo conquista. Memorabili due sequenze di questa assurda love story. La prima è quella in cui, sull’isola, Ann improvvisa uno spettacolo alla Chaplin per il gorilla.  Nella seconda, i due, in fuga a New York, scivolano sul ghiaccio e sembrano pattinare, come succede nella più classica delle scene d’amore. Il rivale del bestione è lo sceneggiatore Jack Driscoll, interpretato da Adrien Brody (premio oscar per Il pianista). Un antidivo per eccellenza, che arrichisce il film di un contrasto dall’effetto sicuro. Jack e Ann però potranno stare insieme solo dopo la morte di King Kong, ucciso dagli aerei da guerra, che lo accerchiano sul tetto dell’Empire State Building e lo fanno precipitare al suolo sotto i colpi dei mitragliatori. L’ultima battuta è  del regista Carl Denham: “è stata la bella, non la guerra, ad uccidere la bestia”. Ann rappresenta la bellezza, Kong l’istinto bestiale. È compito del cinema uccidere l’istinto attraverso la bellezza. Questo è il segreto della storia. Ann, però, può anche rappresentare il potere di intrattenimento del cinema, che viene considerato pari per importanza agli istinti primordiali, come mangiare e accoppiarsi. Vale a dire che l’uomo, senza qualcuno che gli racconti delle belle storie, sarebbe ridotto allo stato animalesco. Infatti, lo spettacolo che Ann interpreta davanti a King Kong ha il potere di ammansirlo e renderlo superiore alle altre creature preistoriche che abitano l’isola. Ragni giganti e dinosauri (altri clichè della rappresentazione cinematografica) contro i quali lo scimmione vince una lotta titanica memorabile.

La Weta Workshp, fondata in Nuova Zelanda da Richard Taylor e Tania Rodger, una coppia di maghi degli effetti speciali, ha realizzato le visionarie atmosfere del regista neozelandese. Nonostante oltre 200 creativi abbiano lavorato al remake di King Kong, le scenografie digitali sono ricostruite su studi dal vero, secondo un modello di lavoro artigianale. Scultori, carpentieri e botanici per settimane hanno selezionato in boschi e giardini, muschi, tronchi e radici per realizzare i set dell’isola preistorica. Le scene poi  sono nate dall’integrazione tra il reale e il 3D.  King Kong è un mito che non assolve più la sua funzione e simboleggia una rivoluzione, ma non quella di oggi. Forse la crisi di Kong è anche quella del cinema che, come il romanzo, non riesce più, con le vecchie forme narrative, a rappresentare la società dell’informazione e del terrore continuo.

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