Apriamo un dibattito!
di Giuseppe Condò
A fine agosto di quest’anno ormai agli sgoccioli, all’indomani dei delittuosi fatti di Duisburg, Vito Teti, noto antropologo ad Arcavacata, ha scritto su il Quotidiano della Calabria un articolo dal titolo “ Dopo Duisburg che fare? ”, ben presto divenuto famoso, tanto da assurgere per quel giornale a “ Manifesto per una nuova Calabria “.
Tale evento culturale ha stimolato fra i lettori un ampio e proficuo dibattito e anche”il Calabrone”, a firma di Mimmo Loiero, ne ha parlato compiutamente, sottolineando come < i terribili eccidi di Duisburg sono stati la conferma dolorosa, assurda, tragica di una deriva morale, politica e che colpisce tutti, oggi in Calabria>.
Ora, in data 18 dicembre u.s., sempre sul Quotidano della Calabria, Vito Teti ritorna ancora sul tema a lui ( e a noi ) caro del <che fare?> nella nostra e per la nostra terra, e lo fa, ancora una volta, senza l’alea di voler possedere certezze o di voler somministrare ricette, ma spinto soltanto dal <desiderio di partecipare ad un progetto comune di ricostruzione>.
Il motivo del suo interevento è questa volta la questione sollevata da Doris Lo Moro in una recente intervista rilasciata allo stesso Quotidiano della Calabria, in merito alla nomina in giunta regionale di Domenico Cersosimo, intellettuale calabrese, che si sarebbe reso responsabile di aver criticato la politica in generale e la giunta regionale.
Il titolo di questo secondo articolo di Vito Teti non poteva quindi che essere “ Finito il mito dell’intellettuale organico”, articolo che qui di seguito vogliamo segnalare, perchè sembra giungere a completamento di quel “ Manifesto per una nuova Calabria”, prima citato.
<Vorrei rivendicare, preliminarmente,- scrive Vito Teti- il diritto alla critica, alla libertà di espressione , comunque e sempre, soprattutto quando l’esercizio critico nasce da una conoscenza diretta delle cose, è accompagnato da proposte, tende a sollecitare l’abbandono di pessime pratiche e a migliorare lo stato delle cose>.
Stabilito pertanto il diritto di critica, che si appunta naturalmente su la malapolitica e quindi su <coloro che hanno pensato più agli affari , alle clientele, agli incarichi, ai fondi pubblici che non alla regione e alla politica intesa come soluzione dei problemi della gente>”, l’antropologo calabrese passa a ragionare dell’intellettuale <di questo controverso e strano animale che quando non c’è lo si inventa, quando c’è disturba, a meno che non sia devoto e funzionale alla politica>.
E così continua: < Dopo il crollo del Muro, la fine dell’ideologia, è venuto meno anche quel mito dell’intellettuale “organico”, investito di un compito “sacerdotale” in nome della classe, della rivoluzione, dell’abbattimento dell’ordine vigente.... e, tuttavia, l’intellettuale... continua a vivere..>
Quale allora. oggi, il modello di intellettuale che vorremmo e che cosa “dovrebbe fare” ?
<L’intellettuale per passione, per vocazione, anche per mestiere, è colui che si interroga sul senso e sul destino del mondo. Deve studiare, conoscere, camminare, scrutare, faticare.- dice Vito Teti - ...unendo sapere a fare, conoscenza ad azione. L’intellettuale ha il diritto di cercare “la verità”
( anche se non esiste una Verità), di non considerarla mai definitiva, di metterla a disposizione degli altri, di metterla e di mettere se stesso in discussione. L’intellettuale ha tante appartenenze, ma non può essere prigioniero di un’appartenenza. Non può avere chiese, parrocchie, clan “chiusi” ed “angusti”, anche se poi può essere religioso praticante, militante politico, legato ad un luogo piuttosto che ad un altro. Un intellettuale può (deve) sbagliare, quello che non può permettersi è sbagliare per conto terzi, per interessi di una parte, perchè prende ordini o perchè si attende compensi, riconoscimenti, poteri.
L’intellettuale deve essere capace di donare, spendersi generosamente, badare all’efficacia della propria azione.>
Proprio per questo- continua Vito Teti- < penso che egli non possa sentirsi separato dal mondo, non possa limitarsi alla lamentela e alla critica di tutto e di tutti, ma abbia anche il dovere di proporre, progettare, indicare soluzioni e, se lo ritiene opportuno, utile, pertinente, anche impegnarsi direttamente in politica.
E’ evidente che a questo tipo di intellettuale la classe politica ( non tutta) chiede consenso, complicità, subalternità e nel migliore dei casi si augura che gliene possa “tornare” una buona immagine, una spendibile visibilità, per poter occultare, magari, pratiche politiche meno edificanti>. Pertanto - afferma Vito Teti- <se proprio vuole fare politica, l’intellettuale critico, ma anche con una concezione alta della politica, deve fare abiure, spiegare come ha osato mettere in discussione i partiti e le giunte>.
Ecco perchè, volendo calare siffatta figura di intellettuale nella realtà calabrese, <salutiamo positivamente l’assunzione di responsabilità, il senso politico, l’amore per la Calabria di Domenico Cersosimo e di tanti altri intellettuali, studiosi, artisti che, in silenzio, nei paesi, nelle città, lavorano, generosamente , per dare un senso ai luoghi in cui vivono, per dare un’immagine positiva a questa Calabria che viene devastata, anche nelle immagini, proprio da certi professionisti della politica>.
Pertanto nessun legame politico e nessuna appartenenza, nessun impegno, nessun ruolo dovranno mai impedire all’intellettuale così concepito di praticare un esercizio di libertà e di verità.
Perchè allora non dire che in Calabria anche la fuga di cervelli, la spoliazione delle nostre forze intellettuali migliori sono frutto della malapolitica, la quale, aldilà di un impegno sempre dichiarato ma sempre rinviato, nulla ha fatto e fa perchè vengano create le condizioni lavorative, professionali, sociali e culturali <per restare>?
Perchè non dire che dopo la formazione del PD e la venuta di Veltroni in Calabria <era lecito attendersi molto>, mentre invece del tutto deludenti, almeno fino ad oggi, appaiono gli scenari di < apertura al nuovo, attenzione ai ceti deboli, partecipazione alla democrazia , valorizzazione delle professioni e degli intellettuali>?
Perchè non dire che nella sinistra italiana persiste ancora un vetero stalinismo < dal quale non si esce inventando nuove sigle, lasciando inalterati i gruppi dirigenti, e muovendosi secondo antiche logiche rissose>?
Perchè infine non dire di una certa sinistra < senza anima o che si vende l’anima o che cambia anima a seconda del paradiso che le viene prospettato, o a secondo del padre eterno di turno che si affanna a predicare cambiamento e provoca arretramento>?
“Parliamo e discutiamo di tutto questo- è dunque l’invito di Vito Teti -:perchè questo è l’unico modo per restituire dignità alla politica.”
Parliamo e discutiamo di tutto questo senza pregiudizi, senza paure e senza infingimenti perchè, in fondo - conclude Vito Teti - < tre sono i veri potenti: “ Lu re, lu papa e cu’ non ave nente”: il re, il papa e chi non possiede niente. I primi due, per ragioni diverse, sono in difficoltà. La vera ricchezza e la vera forza ce l’hanno proprio quelli che non hanno niente, nemmeno niente da chiedere, ma soltanto passione, amore della verità, per gli altri, per la propria terra, per il mondo.>