Il Calabrone: Nuovomondo

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Nuovomondo
di Luna Loiero


Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l'Oceano verso le Americhe. Circa il settanta per cento proveniva dal Meridione.
Le motivazioni che spinsero masse di milioni di Meridionali ad emigrare furono molteplici: la crisi agraria dal 1880 in poi, successivamente l'aggravarsi delle imposte nelle campagne meridionali dopo l'unificazione del paese, il declino dei vecchi mestieri artigiani, delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, delle manifatture rurali.

Le popolazioni del Meridione, devastato dalle guerra con circa un milione di morti, da cataclismi naturali (il terremoto del 1908 con l'onda di marea nello Stretto di Messina uccise più di 100.000 persone nella sola città di Messina), depredato dall'esercito, dissanguato dal potere ancora di stampo feudale, non ebbero altra alternativa che migrare in massa.

Gli Stati Uniti dal 1880 aprirono le porte all'immigrazione nel pieno dell'avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l'America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa, per questo milioni di persone scelsero di attraversare l'Oceano.

L'arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l'Isola delle Lacrime.

Nel Museo dell'Emigrazione a New York ci sono ancora le valigie piene di suppellettili e di povero abbigliamento delle persone che reimbarcate per l'Italia, nella disperazione si buttavano nelle acque gelide della baia andando quasi sempre incontro alla morte.

Fin qui la Storia quella con la S maiuscola…

Una storia che in molti, anche in 35 mm, hanno voluto raccontare.

Emanuele Crialese, giovane regista romano di origini siciliane, ha il merito di essere riuscito a raccontarla di nuovo in modo originale e affascinante, evitando di cadere nella trappola del “già visto”. Il suo film, premiato a Venezia con il Leone d’Argento, è un curioso cocktail di realismo e onirismo. Agli sguardi e ai corpi dei personaggi, che comunicano anche senza parlare, alla forza del dialetto siciliano (usato e sottotitolato per quasi tutta la pellicola) aspro come il paesaggio roccioso e primitivo che fa da cornice all’incipit del racconto, fa da contrappunto il sogno del protagonista accompagnato da visioni e riti arcaici.

La Sicilia dei primi anni del ‘900, quella in cui vive Salvatore Mancuso, è una terra povera, che ha poco da offrire e in cui dominano credenze e superstizioni mezzo pagane e mezzo cristiane. L’emigrazione sembra essere l’unica via d’uscita per cambiare il corso della propria vita. Per risolvere l’amletico dubbio (andare o restare?), Salvatore e il figlio maggiore si recano in pellegrinaggio con una pietra in bocca fino alla grande croce sul monte e lì ricevono “il segno”. Con coraggio l’uomo decide di rinunciare a tutto quello che possiede per condurre i due figli e l’anziana madre nel Nuovo Mondo.

Nel suo immaginario, e in quello di molti, l’America è la terra dell’abbondanza dove le monete d’oro piovono dal cielo e crescono sugli alberi, le galline sono alte come bambini, la terra regala cipolle e carote giganti e gli uomini nuotano in un mare di latte. Per ottenere tutto questo i personaggi del film abbandonano definitivamente la Sicilia e le loro radici (bellissima l’inquadratura in cui una moltitudine di uomini e donne viene letteralmente squarciata in due e lentamente avviene il distacco tra chi parte e chi resta sul molo a guardare) e si imbarcano sulla più classica delle “navi della speranza”: corpi ammassati e confusi nell’oscurità della stiva, mal di mare, tempeste, giochi di sguardi e confidenze. Il viaggio offre però a Salvatore anche la possibilità di conoscere Lucy, l’inglesina dai capelli rossi, donna misteriosa e solitaria che i contadini siciliani ribattezzano Luce e che chiede a Salvatore, da tempo vedovo, di prenderla in moglie: solo così potrà essere accettata nel Nuovo Mondo, lei come tutte le altre donne nubili presenti sulla nave.

Come sia veramente il Nuovo Mondo non ci è dato saperlo, Crialese lascia volutamente fuori campo New York con i suoi grattacieli. Lo sguardo meravigliato del ragazzino de La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore viene qui sostituito dallo sguardo incerto di Salvatore che non vede altro che nebbia davanti a sé.

L’ultima parte del film si svolge, quindi, nel centro d’accoglienza di Ellis Island dove umilianti visite mediche e test d’intelligenza decidono il destino di persone umili e impaurite che vivono il terrore di essere rimandate indietro perché non adeguate. In quello che fu il primo laboratorio di eugenetica nella storia dell’umanità, la cui degenerazione sarà l’eugenetica nazista, si cerca di fare una selezione degli eletti che andranno a formare la razza americana perfetta e si celebrano matrimoni di massa per le future famiglie a stelle e strisce. Il protagonista vive il proprio dramma personale nel momento in cui scopre che la madre e il figlio sordomuto non sono stati giudicati idonei e devono tornare a casa.

 Ma poi tutto va per il meglio (o per il peggio?) e il sogno americano comincia laddove finisce il film: sulle note anacronistiche, ma stupende, di un brano di Nina Simone, nel mare bianco in cui nuotano Salvatore e i suoi figli, Lucy e tutti gli emigranti (di ieri e di oggi) che hanno provato a trasformare i loro sogni in realtà.

Il film di Crialese è stato selezionato per rappresentare l’Italia alla prossima edizione degli Oscar. Il 23 gennaio saranno scelti dall’Academy i cinque titoli che concorreranno per l’ambita statuetta. Vedremo se i giudici d’oltreoceano sapranno apprezzare questa opera preziosa sia dal punto di vista formale che per il messaggio che trasmette. Il regista ha dichiarato in varie interviste che il suo non è un film politico, né storico o sociale, ma semplicemente un film “sul sogno di un mondo migliore”. Detto questo però non si può fare a meno di pensare che quello che è stata l’America un tempo per i siciliani, oggi lo è la Sicilia per altri popoli altrettanto bisognosi di un lavoro e di una vita migliore. Il passato e il presente, Ellis Island e Lampedusa, la condanna dell’emigrazione che sembra non avere mai fine come quel mare di latte su cui scorrono i titoli di coda.

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