mercoledi 7 maggio 08
Oltre cinquanta associazioni e alcuni comuni hanno aderito ai ‘Cento Passi’ di Soverato.
In attesa del 9 maggio, Il Calabrone intervista il sostituto procuratore Dominijanni
Nel soveratese è forte la presenza delle ‘ndrine. “Tutti pagano il pizzo”
L’arresto, pochi giorni fa, di cinque persone accusate di essere gli autori degli attentati contro l’ex gestore del bar Pit Stop, finite in manette estorsioni aggravate dal metodo mafioso, è un episodio che fa riflettere, anche alla luce della manifestazione antimafia cui hanno aderito, finora, oltre cinquanta associazioni e 4 comuni: Soverato, Olivadi, Amaroni e Satriano.
L’obiettivo dei ‘Cento Passi’ di Soverato è quello di suscitare un dibattito, di affrontare a viso aperto il dato ‘mafie’ nel territorio calabrese e nel soveratese. Proprio con questo fine, in vista dell’appuntamento del 9 maggio, il mensile ‘Il Calabrone’, organo dell’associazione Metasud, promotrice dell’evento di Soverato, ha intervistato il sostituto procuratore
Gerardo Dominijanni, della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
Giudice Dominjianni, fino a poco tempo fa si diceva che la provincia di Catanzaro fosse un’isola felice, priva di criminalità organizzata. È ancora così?
Non è un’isola felice. Questo è un mito che si è creato perché non si vuole guardare in faccia la realtà. La criminalità organizzata del catanzarese e in particolare quella del basso jonio soveratese e del lametino non è inferiore alla criminalità della locride o della piana di Gioia Tauro o di Reggio Calabria. Siccome c’è stato un contrasto minore, si ritiene che sia meno pericolosa, ma questo non è vero. Anzi, permea molto di più la popolazione e il fatto che non ci sia una reazione da parte della popolazione è la dimostrazione della sua maggiore pericolosità. Mentre in altre zone della Calabria la gente oppone forme di resistenza, la cosa più grave è che nel soveratese viene percepita come un dato già acquisito, come un fatto naturale.
Quale può essere l’anello debole della ‘ndrangheta?
È un problema di coscienze: quelle dei calabresi, a differenza dei siciliani, sono ancora indietro di tanti anni. Bisogna investire in cultura per sconfiggere o per contrastare la mafia. La magistratura interviene quando il fatto è già accaduto. Non c'è un controllo preventivo. Il controllo preventivo deve essere fatto dalle coscienze. Mentre in Sicilia c'è una coscienza antiracket, una consapevolezza del dato negativo della mafia. In Calabria è vista come un valore e non come un disvalore. Si deve partire dalle scuole. Bisogna togliere linfa alla 'ndrangheta. Dobbiamo fare capire che i concetti di 'onore' mafioso sono disvalori.
Un quadro delle ‘ndrine del soveratese.
Le cosche sono ormai dei dati storici acquisiti. Nella locride sono sempre i Cataldo, Commisso e Cordì, nel soveratese i Gallace-Novella. Con una differenza: nel Lametino la cosca vincente distrugge e assorbe l’altra. Invece sulla fascia jonica le ‘ndrine sono sempre quelle: si rinnovano di generazione in generazione, si diventa boss di padre in figlio. Per questo l’unica via d’uscita è la coscienza dei cittadini. Nell’indagine sulla presunta cosca Gallace- Novella abbiamo registrato un aumento dell’attività estorsiva perché dovevano pagare gli avvocati. Una volta effettuati gli arresti dobbiamo evitare che questo si ripercuota negativamente sulla popolazione, dobbiamo tenere conto anche di questo tipo di fenomeni e prevenirli.
Quindi esiste il racket delle estorsioni a Soverato e nel soveratese?
Esiste dappertutto. È un dato diffuso. Io sono convinto che pagano tutti: pagano gli imprenditori, i commercianti e addirittura anche i liberi professionisti, chi più chi meno e con vari metodi di pagamento. C’è chi dà il pizzo in denaro, chi omettendo di chiedere il corrispettivo delle prestazioni, chi non si fa pagare la merce presa dal negozio.
Cosa si può fare? È utile che i commercianti si uniscano in un’associazione antiracket?
L’associazione antiracket è importantissima. Ci deve essere la coscienza di denunciare i fatti.
Molti pensano che sia inutile, perché gli estorsori ritornano troppo presto in libertà.
È un’obiezione legittima. Ma quando si decide di fare il proprio dovere bisogna farlo fino in fondo.
Una versione completa dell’intervista sarà pubblicata sul numero di maggio del Calabrone in edicola il 9 maggio
Il Calabrone - Associazione Metasud
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