di Luna Loiero
Una democrazia in cui non vi è libertà d'opinione, di critica e di satira è una democrazia malata. Il cancro che affligge l'Italia del terzo millennio si chiama regime mediatico e utilizza, per espandersi, armi di distrazione di massa. Nel 2005 Freedom House, importante osservatorio internazionale, colloca l'Italia al settantasettesimo posto nella classifica mondiale della libertà d'espressione dopo diversi paesi sudamericani e africani. Spiega che l'Italia era un paese libero fino al 2002 e diventa semi-libero nel 2004. Persino l'O.N.U. esprime preoccupazione per il caso italiano. Gli unici a non preoccuparsi sono gli italiani stessi che, intenti a seguire percorsi di democratizzazione altrove, dimenticano di come già una volta, in passato, abbiano affidato il potere economico, governativo e mediatico nelle mani di una sola persona affetta da delirio di onnipotenza.
Cosa c'entra col cinema tutto questo?
C'entra eccome, visto che il grido d'allarme sulla censura glissato, ovattato, ammortizzato e ben presto dimenticato da radio televisione e stampa, è tornato a farsi sentire nelle sale cinematografiche italiane.
E' Viva Zapatero!, il documentario satirico di Sabina Guzzanti, ad eleggere il cinema a luogo fisico e metafisico in cui riflettere sulla realtà dei fatti, in cui far nascere delle domande e cominciare a cercarne le risposte, in cui far rivivere quel fenomeno di ricezione collettiva dell'informazione che è stato il cinegiornale.
Si, perché il film della Guzzanti non è solo un film sull'informazione, ma fa informazione, non è solo un film sulla satira, ma fa satira.
Intanto il titolo ci dà già una notizia importante: è possibile liberare la comunicazione e l'informazione dall'ingerenza politica. Lo ha fatto il primo ministro spagnolo, José Zapatero, che dopo la vittoria elettorale ha avviato l'abolizione della legge che consente al capo del governo di nominare i vertici della televisione pubblica.
Ma Viva Zapatero! ricorda anche il Viva Zapata! di Kazan, un film che parla di rivoluzioni, di rivolte e non è un rimando casuale.
Il termine rivolta, infatti, in inglese diventa raiot (scritto riot), ed è proprio dal caso RaiOt che parte la Guzzanti per affrontare l'argomento censura.
Siamo nel novembre 2003 e tutto è pronto per la messa in onda della nuova trasmissione satirica della Guzzanti, ma improvvisamente e senza alcuna valida motivazione pubblicamente pronunciabile, Paolo Ruffini, Direttore di Rai 3, sopprime il programma. Si organizza una conferenza stampa per denunciare il fatto, Ruffini torna sui suoi passi e la prima puntata di RaiOt va in onda. Gli ascolti salgono di minuto in minuto e viene raggiunto il 26% di chair, che non è poco per una trasmissione in seconda serata.
Immediatamente arriva una querela miliardaria da parte di Mediaset e la Rai, per tutelare il servizio pubblico, sospende per sempre il programma.
A firmare la mozione per la sospensione di RaiOt sono Cattaneo, Direttore Generale, appartenente al partito post-fascista e amico da anni della famiglia Berlusconi, quattro membri del Consiglio d'Amministrazione scelti da Berlusconi e il Presidente di garanzia Lucia Annunziata scelta dall'opposizione all'interno di una rosa di nomi graditi al governo.
E mentre telegiornali, stampa e politici parlano di volgarità, violazione delle regole della satira, offese al Presidente del Consiglio una folla si ritrova all'Auditorium di Roma per assistere alla seconda puntata censurata di RaiOt. Più di cento piccole televisioni locali si collegano tra loro via satellite e lo spettacolo viene visto in tutta Italia, su Internet e in molte città vengono organizzate proiezioni pubbliche nei teatri.
La giustizia dà ragione alla Guzzanti e la querela di Mediaset risulta infondata, non c'è stata diffamazione perché RaiOt era un programma satirico a tutti gli effetti e perché le cose dette sono oltre tutto vere nella sostanza. E' vero cioè che secondo la nostra Costituzione non ci possono essere monopoli, nessuno può accentrare nelle sue mani tanti mezzi di comunicazione e se Berlusconi ci è riuscito è grazie ai suoi agganci politici, alla sua amicizia con Bettino Craxi, alla sua appartenenza alla loggia massonica P2 e dulcis in fundo grazie all'immobilismo e all'incapacità di quelli che dovrebbero essere i suoi oppositori.
Nonostante ciò Sabina non viene riammessa in TV e il suo caso si aggiunge a quello di tanti altri personaggi della televione e della stampa. Santoro, Luttazzi, Biagi, Rossi, Grillo, Freccero, de Bortoli sono tutti vittime illustri della nuova censura che usa l'arma del ricatto per bloccare la libertà d'espressione. Tante bocche infatti sono state tappate con la minaccia della querela, senza che nessuno si preoccupasse di verificarne la fondatezza.
Ma la Guzzanti non si arrende e, seguendo il sentiero tracciato dal regista americano Michael Moore, decide di regalare ai posteri (... a futura memoria... recita la prima battuta del film) un ritratto a tinte scure dell'Italia di oggi, un documento impressionante sull'immobilità di un paese con le fette di salame davanti agli occhi e il bavaglio sulla bocca.
E lo fa attraverso interviste a personaggi politici a cui finalmente vengono poste le domande giuste, quelle che i giornalisti purtroppo non fanno o che i giornali poi censurano, domande che spesso non trovano risposta, che suscitano imbarazzo, nervosismo o risposte strampalate e fuorvianti. Di fronte a certe scomode verità agli intervistati viene difficile persino arrampicarsi sugli specchi e certe parole come democrazia, libertà, dibattito, pronunciate da loro diventano quasi ridicole.
"La satira è satira, il dibattito è dibattito" precisa il ministro Gasparri.
Ma cos'è realmente la satira? Sabina lo chiede a Dario Fo e Luciano Canfora, ne parla con attori inglesi e francesi, mostra sketch andati in onda su televisioni straniere e che riguardano anche il nostro Presidente del Consiglio e dal confronto l'Italia ne esce fuori veramente male.
Così come ne esce male anche la sinistra italiana resasi complice, col suo immobilismo, di questa insostenibile situazione.
Non risparmia nessuno la Guzzanti, neppure il pubblico che esce dalla sala cinematografica con l'amaro in bocca e mille domande, una delle quali più forte delle altre. Cosa possiamo fare?
Viva Zapatero! ha meritato tutti e quindici i minuti di applausi e ovazioni alla Mostra di Venezia, merita di essere visto per i suoi contenuti, ma anche perché è un film fatto bene, col ritmo giusto.
Tre le scene più toccanti.
L'attesa di Sabina in strada mentre si svolge la seduta della commissione di vigilanza Rai, in cui si crea una fortissima dialettica interno/esterno, con un esterno tutto visivo (il volto preoccupato dell'attrice) e un interno tutto sonoro (le voci senza corpo dei politici che tuonano contro RaiOt).
La riunione al Corriere della Sera dopo l'allontanamento di de Bortoli, in cui il giornalista anziano Pieroni parla ai colleghi più giovani e ha un momento di disperazione (scena tratta dal documentario Citizen Berlusconi).
La scena finale dell'incontro all'Auditorium di Roma per la seconda puntata di RaiOt. Non si può fare a meno di sentirsi un pò parte di quella folla accorsa lì perché vuole vedere, disposta ad aspettare in piedi per ore, ad accontentarsi di un maxischermo piantato in strada pur di assistere allo spettacolo censurato, mentre la voce off di Sabina che ci ha accompagnato per tutto il film recita: "Io sono un buffone e siccome ho fatto il mio dovere ho visto il popolo, e non l'ho visto solo io, c'erano tanti testimoni tra cui adesso pure voi".
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Articolo 19
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I N V I A U N C O M M E N T O
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