Il Calabrone: beppe alfano

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I suoi articoli valevano solo cinquemila lire ciascuno. Perché, ufficialmente, non era un giornalista, ma un semplice professore di educazione tecnica. Quei pezzi, però, gli costarono la vita. L’Ordine dei Giornalisti non sapeva neanche chi fosse, finchè non fu ucciso con tre colpi di pistola calibro 22. E solo dopo la morte gli consegnò il tesserino di professionista alla memoria. Il quotidiano per il quale scriveva lo considerava un collaboratore qualunque. Il giorno dopo l’omicidio gli dedicò solo un colonnino. E non si costituì neanche parte civile in tutti i processi ai presunti assassini. Che fosse un vero giornalista, un combattente per la verità, se ne erano accorti invece, da molto tempo, i boss mafiosi. In mezzo a tanti “scribacchini” collusi o timorosi, rappresentava l’eccezione. Un “cane sciolto”, un cronista che non si fermava davanti a niente, che non guardava in faccia a nessuno. Si ostinava a denunciare gli affari politico-mafiosi in una provincia nella quale, secondo le istituzioni, la mafia non esisteva. E, per questo, andava eliminato.

 

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Beppe Alfano viene ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993. Il suo corpo viene trovato intorno alle 22,30, al posto di guida della sua Renault, accostata nella centrale via Marconi, a pochi passi da casa sua. L’auto ha ancora le luci accese e il cambio in folle. Il finestrino, attraverso il quale sono stati sparati i tre colpi di pistola, è abbassato, come se l’uomo stesse parlando con qualcuno. Alfano aveva 42 anni, era professore di educazione tecnica alla scuola media della vicina Terme Vigliatore, ma, soprattutto, era un collaboratore del quotidiano La Sicilia di Catania.
Dopo averne eseguito la condanna a morte, la mafia cerca di distruggere anche la sua memoria. Perché anche il semplice ricordo di un uomo coraggioso può essere pericoloso per i boss. Ed ecco, allora, i tentativi di depistare le indagini, di negare la matrice mafiosa del delitto anche, se necessario, infangando la figura del professore. Il silenzio che cala intorno alla sua storia. L’isolamento in cui viene abbandonata la sua famiglia. Tacciono le istituzioni, ma tacciono anche quelli che erano stati vicini al giornalista prima della sua morte. Dagli ex compagni di partito dell’Msi ai colleghi del giornale La Sicilia. Fin quando, grazie alle battaglie condotte dalla figlia Sonia, con il sostegno dell’avvocato Fabio Repici e di sempre più numerosi cittadini, le indagini sull’omicidio vengono riaperte e il sacrificio di Alfano per la verità e la giustizia comincia ad essere riconosciuto, da Barcellona, alla Sicilia, all’Italia.

A quindici anni di distanza, non è stata ancora fatta piena luce sulla morte del giornalista. Nel 1999 è stato condannato in via definitiva a trent’anni di reclusione, come organizzatore del delitto, il capo mafia locale Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, per un passato da studente in Giurisprudenza, il quale è stato membro del circolo culturale “Corda Fratres”, di cui fanno parte vari esponenti dell’alta società e del mondo politico locale. Nel 2006, invece, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 21 anni e sei mesi, come esecutore materiale, del barcellonese Antonino Merlino.
Beppe Alfano stava conducendo varie inchieste sugli affari illeciti che si svolgevano nell’area di Barcellona. Inchieste che smascheravano il falso mito della provincia “babba”, dell’isola felice, all’interno della Sicilia, che sarebbe sfuggita al controllo di Cosa Nostra. Un’immagine artificiosa, creata dai politici collusi, con la complicità dei mezzi d’informazione, che serviva proprio a creare, intorno a Messina, una zona franca, nella quale i traffici illeciti prosperavano nell’ombra. Dal contrabbando delle sigarette a quello della droga, dagli appalti e subappalti per l’autostrada Messina-Palermo a quelli per il raddoppio della linea ferroviaria. Proprio a Barcellona il boss palermitano Francesco Marino Mannoia controllava una raffineria di eroina e proprio qui Cosa Nostra aveva messo le mani sul manicomio giudiziario, nel quale, grazie a perizie psichiatriche compiacenti, finivano capi mafia siciliani, come Tano Badalamenti, calabresi e americani, i quali godevano di un trattamento di favore.
Beppe Alfano aveva indagato su una vicenda di acquisti gonfiati, assunzioni facili e illeciti patrimoniali all’Aias, un’associazione di assistenza ai disabili, con sedi nella vicina Milazzo e in tutta la Sicilia. Inizialmente, la magistratura ipotizza che l’omicidio del giornalista sia stato commissionato da Gullotti a Merlino, per fare un favore proprio al presidente dell’Aias, Nino Mostaccio che, però, viene definitivamente assolto dalla Cassazione nel 1999.

Il movente del delitto resta, così, ancora ignoto. Secondo un’ipotesi, il giornalista avrebbe scoperto che il capo mafia catanese latitante Nitto Santapaola si nascondeva a Barcellona, in una casa nella stessa strada in cui abitava Alfano. E, forse, avrebbe contribuito alla sua cattura, collaborando con la magistratura. Oppure, a condannarlo a morte potrebbe essere stata l’inchiesta che stava conducendo su un traffico internazionale di armi e uranio.
Ma c’è un’altra ipotesi, ancora più misteriosa e inquietante. Quella che scaturisce dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, ex killer di Cosa Nostra, che ha svelato i nomi dei personaggi che stanno dietro le stragi del ’92-’93 e ha confessato, tra l’altro, di aver assassinato anche un altro giornalista, il catanese Giuseppe Fava. “Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano – dice il pentito ai pubblici ministeri di Catania, Amedeo Bertone e Nicolò Marino – si chiama Giuseppe Sindoni ed è un potente massone, che conosce tutta la magistratura corrotta, ha importanti amicizie al Ministero e un po’ ovunque”. “Il giornalista – aggiunge Avola - aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse, un vero intoccabile”. Inizialmente, interrogato dai pm di Messina, il pentito aveva però accusato il solo Gullotti, tacendo su Sindoni. Avola spiega così la nuova versione dei fatti: “Ho svelato solo ora i nomi dei veri mandanti perché prima era pericoloso, la massoneria è una cosa che meno si tocca e più tranquilli si sta, perché ha amicizie un po’ in tutti i posti”. “Esiste una super-loggia, una sorta di nuova P2, che ha deciso certe cose in Italia – prosegue il collaboratore di giustizia - non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina perché sapevo che Sindoni è amico di alcuni magistrati corrotti, i miei interlocutori sono i giudici della Dda di Catania”. Racconta Avola: “In un primo tempo dovevo preparare proprio io l’omicidio di Alfano. Marcello D’Agata mi bloccò, dicendomi che ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killer sono del luogo. Due, di cui uno di copertura”.
Il massone di cui parla il pentito sarebbe stato così potente, che i Santapaola sarebbero stati quasi costretti ad accettare il delitto, nonostante fosse chiaro che uccidere un giornalista proprio a Barcellona, dove si nascondeva il capomafia latitante, sarebbe stato “come mettergli l’esercito dietro la casa”: “La famiglia Santapaola ha dato l’assenso, il periodo non era quella giusto per fare questo omicidio, però chi era il personaggio gli si doveva fare (ndr, non gli si poteva dire di no)”.
Parlando di Sindoni, Avola denuncia “tantissimi giri di soldi, insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance”. E Beppe Alfano potrebbe proprio avere scoperto, dietro il mercato degli agrumi, le truffe per impadronirsi delle sovvenzioni dell’Unione Europea, le società fantasma, le false fatturazioni, un sistema di riciclaggio del denaro sporco, nel quale sarebbero stati coinvolti mafiosi, insospettabili imprenditori ed elementi della massoneria locali.
La versione di Avola viene ritenuta attendibile anche da Valeria Scafetta, autrice del libro-inchiesta Ammazzate Beppe Alfano. La storia di un giornalista sconosciuto (Nuova Iniziativa Editoriale, 2005): “Si era avvicinato ad accusare qualcuno che veniva considerato, e forse viene tuttora ritenuto, un intoccabile”.
Nonostante la recente condanna di uno degli esecutori materiali del delitto, il caso Alfano resta quindi ancora aperto. L’avvocato di parte civile Fabio Repici ha più volte invitato la magistratura a “decidersi a colpire le responsabilità dei mandanti dell’omicidio appartenenti al terzo livello della mafia barcellonese, partendo dalle rivelazioni del pentito Avola". Mentre Sonia Alfano assicura che concentrerà tutte le sue forze per “far luce sui mandanti occulti, che finora non sono stati mai sfiorati dall’attività giudiziaria”.


L’8 gennaio 2008, anniversario della morte del giornalista, si terrà a Barcellona una giornata in sua memoria, organizzata dalla famiglia Alfano.

Per saperne di più visitate il sito http://nuke.pattiweb.net

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