di Raffaella Cosentino
Il Fantasma di Corleone di Marco Amenta è un documentario sulla mafia, girato non molto tempo fa in Sicilia. Una produzione indipendente, proiettata in appena una ventina di sale italiane. A Roma era possibile vederlo al Politecnico Fandango, un cinema d’essay che proietta solo documentari. Quando sono andata lì con un amico, il bigliettaio ha voluto sincerarsi: “Ma siete qui per Il fantasma di Corleone?” Risposta: “Si, certo, siamo venuti apposta”. E lui: “Ah vabbè, io chiedo sempre..” Per capire il senso delle sue parole bisognava entrare nella saletta, che si trova in un seminterrato nel cortile di un palazzo. Semivuota. Dieci spettatori in tutto. Eppure, appena qualche giorno dopo, questo film di nicchia, conosciuto veramente da pochissimi, è salito agli onori delle cronache, recensito nientemeno che dal nazional-popolare Tg1, nella rubrica del populista Vincenzo Mollica, all’ora di pranzo. Miracolo della cinematografia che nasce dall’ormai insperato arresto, alcuni giorni dopo l’uscita del film, di Bernardo Provenzano. Il boss dei boss mafiosi è infatti proprio il “ fantasma” in questione. Il documentario punta a ricostruire la sua storia e si conclude indicando nei casolari delle campagne corleonesi il luogo in cui si aggira l’uomo ombra della storia italiana. “Assolutamente irreale, secondo me”, mi aveva detto l’amico siciliano con cui ero andata a vedere il film. E io ero stata concorde nel dire che non credevo a questo stereotipo del mafioso che vive nascosto tra gli ovili a mangiare cicoria e scrivere pizzini (i bigliettini di carta su cui il capo di Cosa nostra indicava gli ordini per i suoi complici). Figurarsi se un uomo così potente e, presumibilmente, altrettanto ricco, possa condurre una vita del genere! Ed eccoci qua, appena una settimana dopo, clamorosamente smentiti dalla cattura avvenuta proprio nei luoghi descritti da Amenta. A chi ha visto il film sarà sembrata quasi una prosecuzione delle sequenze cinematografiche, come se Provenzano l’avessero preso sul set. È la testimonianza più efficace che alle spalle del documentario, realizzato da un giovane forse neanche trentenne, c’è un grosso lavoro di ricerca e un’approfondita documentazione sugli ultimi quarant’anni di mafia siciliana, legata alla vita di Provenzano. In maniera semplice ma efficace, Il fantasma di Corleone fa entrare lo spettatore in un mondo di sangue, faide, violenza, traffici, seguendo la storia del clan dei Corleonesi: Provenzano, Riina e Bagarella, che a colpi di mitraglia, agguati e stragi, soppiantano il clan di Palermo e prendono il dominio dell’isola e dei traffici internazionali. Dopo le stragi con le bombe degli anni Novanta e l’arresto di Riina, sarà il super latitante Provenzano a riportare la strategia mafiosa lontano dai clamori della cronaca. In silenzio, nell’ombra, Cosa nostra farà i migliori affari, grazie ad un patto di ferro con la politica. Anche se nell’opera di Amenta si notano le ingenuità di chi è alle prime armi, ad esempio il fatto che l’autore se ne vada per le strade della Sicilia, vestito di nero, a mò di giustiziere, su un maggiolone verde oliva, il documentario non cade nella trappola del pappone mafioso stile il padrino. Le molte interviste agli investigatori che, da Trapani a Palermo, lavorano da anni sul caso e spiegano come siano riusciti a fare terra bruciata attorno al boss corleonese e le immagini di una vera retata della polizia con l’arresto di molti mafiosi assicurano un imprescindibile effetto-realtà. Amenta fornisce molti elementi utili a comprendere una realtà complessa e piena di misteri. È quasi uno shock vedere l’avvocato palermitano contattato da Provenzano durante la latitanza dirsi convinto della sua innocenza, oppure apprendere che qualche tempo fa le forze dell’ordine erano a un passo dalla cattura, ma non hanno ricevuto l’ordine di proseguire proprio dal colonnello dei carabinieri Mori, il quale, per questo motivo, è finito sotto processo. Vedere per capire. Il fantasma di Corleone è stato preceduto da altri importanti documentari su cosa nostra: In un altro paese e La mafia è bianca. Quest’ultimo, realizzato da due giornalisti di Sciuscià, racconta di tutte le intercettazioni, inchieste e affari di clientelismo e corruzione in cui sarebbe coinvolto il governatore siciliano Totò Cuffaro, detto “vasa-vasa”, con ovvi riferimenti al bacio mafioso. Evidentemente c’è un’esigenza di spiegare e spiegarsi quell’ombra cupa che vive al disotto delle istituzioni ufficiali. Il cinema esce dallo schermo ed entra nella realtà. Forse per cambiarla. A quando un documentario sulla n’drangheta?
I N V I A U N C O M M E N T O
massimo 150 parole