Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. |
| Non dimentichiamo Beppe Alfano. |
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| Lunedì 07 Gennaio 2008 00:00 |
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I suoi articoli valevano solo cinquemila lire ciascuno. Perché, ufficialmente, non era un giornalista, ma un semplice professore di educazione tecnica. Quei pezzi, però, gli costarono la vita. L’Ordine dei Giornalisti non sapeva neanche chi fosse, finchè non fu ucciso con tre colpi di pistola calibro 22. E solo dopo la morte gli consegnò il tesserino di professionista alla memoria. Il quotidiano per il quale scriveva lo considerava un collaboratore qualunque. Il giorno dopo l’omicidio gli dedicò solo un colonnino. E non si costituì neanche parte civile in tutti i processi ai presunti assassini. Che fosse un vero giornalista, un combattente per la verità, se ne erano accorti invece, da molto tempo, i boss mafiosi. In mezzo a tanti “scribacchini” collusi o timorosi, rappresentava l’eccezione. Un “cane sciolto”, un cronista che non si fermava davanti a niente, che non guardava in faccia a nessuno. Si ostinava a denunciare gli affari politico-mafiosi in una provincia nella quale, secondo le istituzioni, la mafia non esisteva. E, per questo, andava eliminato. Beppe Alfano viene ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993. Il suo corpo viene trovato intorno alle 22,30, al posto di guida della sua Renault, accostata nella centrale via Marconi, a pochi passi da casa sua. L’auto ha ancora le luci accese e il cambio in folle. Il finestrino, attraverso il quale sono stati sparati i tre colpi di pistola, è abbassato, come se l’uomo stesse parlando con qualcuno. Alfano aveva 42 anni, era professore di educazione tecnica alla scuola media della vicina Terme Vigliatore, ma, soprattutto, era un collaboratore del quotidiano La Sicilia di Catania. A quindici anni di distanza, non è stata ancora fatta piena luce sulla morte del giornalista. Nel 1999 è stato condannato in via definitiva a trent’anni di reclusione, come organizzatore del delitto, il capo mafia locale Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, per un passato da studente in Giurisprudenza, il quale è stato membro del circolo culturale “Corda Fratres”, di cui fanno parte vari esponenti dell’alta società e del mondo politico locale. Nel 2006, invece, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 21 anni e sei mesi, come esecutore materiale, del barcellonese Antonino Merlino. Il movente del delitto resta, così, ancora ignoto. Secondo un’ipotesi, il giornalista avrebbe scoperto che il capo mafia catanese latitante Nitto Santapaola si nascondeva a Barcellona, in una casa nella stessa strada in cui abitava Alfano. E, forse, avrebbe contribuito alla sua cattura, collaborando con la magistratura. Oppure, a condannarlo a morte potrebbe essere stata l’inchiesta che stava conducendo su un traffico internazionale di armi e uranio. L’8 gennaio 2008, anniversario della morte del giornalista, si terrà a Barcellona una giornata in sua memoria, organizzata dalla famiglia Alfano. |
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