di Anna De Fazio
Parlare di Gianni e parlare delle sue poesie può sembrare contraddittorio ma propongo una scommessa, come lui stesso scrive in una poesia, superate l’associazione uomo-poeta, senza eluderla e leggete la sua poesia senza cercare un riscontro oggettivo con la sua apparenza di uomo.
Forse non regalerà la chiave per comprenderla né spiegherà una virgola perché la sua è una concezione poetica molto elitaria.
Qualche volta questa “avarizia” artistica è così latente che si stenta a intravedere qualcosa di “generoso” dentro le sue parole; “marmaglia serpeggiante” è per lui la gente che non “può scrutare al di là del proprio tumulo”.
Se un uomo o se un poeta è vero uomo o vero poeta quando sa esprimere visioni che spesso restano sottintese, a volte recondite, allora nella poesia “Ti dico che” Gianni è vero uomo e vero poeta.
Un uomo che parla di amore, paure senza scadere in sentimentalismi... E’ incredibile pensare che esista... o se esiste si nasconderà dietro queste “fragilità”.
Fragilità o punti di forza... forse semplicemente il coraggio di sapere dare un nome alle cose; condizione necessaria dell’essere poeta.
Dio cresciuto nella bambagia o poeta banale o lirico e surreale?
Ai posteri l’ardua sentenza?
No. A voi lettori il compito di dare un segno di presenza a questo giovane poeta “bramoso di cambiare il mondo” con le sue parole!
C’è una storia che vorrei raccontarvi;
è la storia di un dio cresciuto nella bambagia,
viziato all’inverosimile e inserito nell’umanità.
Parlerò di lui e delle tristi strade percorse,
vi insegnerò a capirne l’aspetto
e vi implorerò di impararne ogni segreto.
Accetterò la vostra incomprensione,
ma non asseconderò l’errore;
mi prostrerò alle vostre menti
se sarò riuscito a spogliarlo della sua anima
o se magistralmente non lo avrete deriso.
Non racconterò storie di miracoli
e nemmeno di fantasiose imprese,
non mi sognerò mai di impressionarvi con il falso,
ma vi indirizzerò verso la strana verità,
perché di verità si tratta.
Glorificherò la sua sofferenza
e ne segnerò gli altari,
lo sposerò all’amore
e lo separerò di mia mano,
puntualizzerò gli istanti perversi
e sottolineerò le sue semplici magie.
Non vi annoierò, crdetemi, parlandovi di un dio,
ma esalterò i vostri sensi
ed in lui scoprirete il sesto.
C’è una storia che vorrei raccontarvi:
la mia.
Cosa penso io dei Ponti?
Beh! i ponti sono ideologie che coprono distanze
con lo scopo di mortificare l’uomo
per la presunzione di aver giudicato e dato definizioni.
Io stesso sono un ponte:
voglio oltrepassare il confine che separa
la coscienza dall’intelletto e porvi un segno,
perché le generazioni a venire
non abbiano da perdere la testa per trovare la dignità.
Senza giustizia, morale o religione e
tra un ponte abbattuto ed un altro costruito,
io giacerò, e tu con me,
ai piedi dell’arcobaleno,
unico ponte per l’infinito e l’eternità.
E’ solo un segno di viltà
- accorrete gente -
è uno solo
e sparirà.
Non potrà apparirvi strano
e nemmeno evanescente;
chi lo porta ha il suo da fare
per tenerlo inerme.
Io propongo una scommessa:
a chi lo vede, a chi lo ammira
lei darà la chiave giusta
e non potrà sfuggire mai.
Ma è per poco,
oh marmaglia serpeggiante,
non starà ad aspettare
e non vi prenderà per mano,
non regalerà troppe attese
e non si mostrerà ai balordi.
Perchè è per poco, gente
E all’improvviso svanirà.
Al mercato delle idee
è rimasto troppe volte appeso,
ma ora il tempo è giunto
e non ha reclami, non ha acquirenti
perché è solo un segno, signori...
è uno solo.
Per la pace dell’anima
e per la coscienza del mondo,
accorrete.
Ha da dirvi qualcosa all’orecchio
e non vi deluderà.
Cerco dei segni dal cielo per farmi cambiare aspetto,
per sorreggere il mondo che non fa gloria e non fa tristezza,
per immortalarmi nei selciati d’occidente e
per dirigere ciecamente l’eterno splendore lunare.
Non biasimo chi mi ha voluto mettere in un angolo
e chi mi ha visto mostro quando mostro non ero;
non posso raccogliere il sole e con esso accendere una sigaretta,
ma nello stesso tempo non posso capire chi è riuscito a farlo
e si ritrova ora con l’anima bruciata.
E’ illusorio, ma anche vero
e tutto marcisce nel passato che sta per cominciare,
in cui tutto è stato già scritto
e in cui lo scrittore ha avuto la sua morte e la sua rinascita.
Ho visto la mia mente che spavalda andava fiera dei suoi peccati
confessandoli al più perfido dei suoi nemici,
perché potesse, questo, fare l’esatto contrario,
ma l’unico risultato che ottenne fu un cuore fuggito
e un corpo cadente.
Ma qualcosa da un foglio ha visto il presente
e ha lasciato intuire il futuro,
ha ironizzato sul mio sentire
e ha urlato per il mio malore.
Ora non posso tradirlo,
non posso concedere crocifissione
a chi mi ha aiutato a sopportare il dolore
e non posso assolutamente mentire a chi mi ha amato come suo Dio.
Ti dico che ho visto l’amore dire addio ed anche arrivederci,
che non era stanco di vedersi trafitto e immolato,
ma annoiato e afflitto, crocifisso mani e piedi.
Ti dico che ero solo mentre pensavo al mondo,
che l’anima vagante si vergognava e supplicava,
che intorpidita, strisciava e che moribonda si rassegnava.
Ti dico che lei c’era, ma era molto confusa,
che parlava come un gatto miagola,
che sorrideva per la tristezza che la faceva ridere
e ti dico anche che fuggiva il mio sguardo.
Ti dico che un pò mi ricordo,
che non lo dimentico, che me lo sogno,
che, senza pensarci, porto a letto l’istinto, lo mastico
e ne faccio un velo per il viso
e che quando parlerò col freddo
sarà per coprirmi il cuore.
Ti dico che i piedi vanno da soli e che non trovano la strada,
che ringiovanire significa alimentare il senso di colpa
e che il suo viso è rugiada.
Ti dico che ci penso a quelle labbra e che sfiorarle è un omicidio,
che non parlo di commiato per chi giudica e condanna,
che non voglio lasciare strascichi d’infedeltà
e che non muoio solo per vederla ancora.
Ti dico che ho paura,
che non riuscirò a capire
e tutto volerà nel vento.
Le poesie sono bramose del desiderio del poeta
e l’equilibrio ondeggiante, vagamente austero,
penetra nei bulbi occulti del pensiero.
La mistica lacunosa del redivivo penetrare mentale
portandosi a ridosso dell’infausta, pedante gloria,
non romanticizza l’incauta presenza sessuale
e i modi impassibili di sintetizzare l’ineluttabile,
sorprendendo l’autentica scintilla fluviale,
non ricalca che quella vecchia speranza
di operare pienamente a favore della stima orgasmica.
Io, poeta lirico, poeta surreale, poeta,
pongo l’estasi cosciente al di sopra degli sciocchi,
lo stallo climatico di retorica indifferenza
mi ha lasciato patetico e annoiato
sempre più sconfitto dalla reale inconsistenza,
dal mondo che marcisce pietosamente
sotto i piedi nauseanti di falsi scrittori.
Non ricordo di aver vissuto coscientemente
tanto da annullare la mia autentica sensibilità,
ma so di aver concepito di un parto doloroso
il confine che traumatizza la certezza
e che incanta l’animosità perversa.
Posso cambiare il mondo, ma ho bisogno che
qualcuno comprenda la mia poesia
altrimenti la giovinezza fuggirà
ed io sarò banale.